The soundtrack of the Revolution: il libro di Nahid Siamdoust sulla musica in Iran

Della musica in Medio Oriente e delle sue principali vie direzionali se ne è parlato abbastanza nelle pagine di Percorsi Musicali (con un po' di pazienza se effettuate qualche ricerca lo rileverete negli articoli della sezione etnica). In particolare, ho avuto modo anche di esprimere la mia contentezza in merito a ciò che stava accadendo in Iran, sebbene focalizzandomi su di un'ottica parziale, che prendeva in considerazione la direzione elettronica o regionale (vedi qui e qui). Gli ultimi sessanta anni di storia di quel paese, lo vedono affrontare sanguinosi confronti, che si riflettono a piene mani anche nell'aspetto musicale: è in un quadro di pericolosa corrispondenza tra religione e musica che si dibatte il corso storico di un popolo, che con la Rivoluzione costituzionale del 1905-1911 aveva attribuito un ruolo importante alla sua cultura e al suo repertorio musicale; ispirazione religiosa, gradi di libertà poetica e consolidamento di forme modali hanno caratterizzato un campo che nei tempi recenti aveva subito grossi cambiamenti; ma per certe testimonianze recenti era necessario tastare il polso della situazione in mezzo alla gente ed agli artisti, attingere informazioni dirette che intersecavano per forza di cose l'analisi musicale e la riflessione politica e storica. E' quanto ha fatto Nahid Siamdoust, ex corrispondente giornalistica di molti magazine a risonanza internazionale (Time Magazine, Der Spiegel, Los Angeles Times, etc.) ed oggi professoressa associata all'Università di Yale nell'area degli studi internazionali; la Siamdoust ha scritto Soundtrack of the Revolution, The politics of music in Iran (testo in lingua inglese per la Stanford University Press), un libro accademico che è uno spaccato della difficoltà del cambiamento di una nazione, che ha vissuto fasi sodomizzanti, alcune delle quali limitative dei diritti dell'uomo. La Siamdoust compie un'analisi dettagliata, sulla battaglia intervenuta nella musica, tra i plurimi significati attribuiti dagli artisti iraniani alla musica, di contro ai rifiuti assoluti o parziali dei regimi, che per mobilitare il pensiero su un discutibile modello di società influivano con una metodologia di potere finalizzata al controllo di essa e dei suoi atteggiamenti; l'autrice si concentra su alcune date e su specifici musicisti per ben descrivere questo periodo di lotta, anche psicologica: tra le date il risalto maggiore va alla rivoluzione islamica del '79, intercettata dagli omicidi del Black Friday dell'anno precedente e al Green Uprising del 2009 (anno della rivendicazione democratica e dei brogli elettorali), mentre tra i musicisti il filo logico viene saldato in più riprese, partendo dal più importante cantante della tradizione iraniana, ossia Mohammad Reza Shajarian, primo coagulo della musica dell'Iran destinato a cogliere la sofferenza delle arti (attorno a lui si crea il gruppo e la cultura chavosh, che nell'ambito musicale comprende oltre a Shajarian anche il fondatore Mohammad Reza Lofti e i più giovani Hossein Alizadeh, Parviz Meshkatian, Shahram Nazeri), e continuando con Alireza Assar, cantante popolare prescelto dalla Siamdoust per descrivere la ricezione dell'influenza musicale occidentale, con un'iniezione di fiducia che si propaga sino alla segnalazione di un'inimmaginabile scena underground (il rapper Hichkas e l'avanguardista Mohsen Namjoo sono i veicoli di approfondimento).
Pur senza voler assolutamente entrare in problematiche estetiche della musica, Soundtrack of the Revolution ne traccia comunque un confine, perché si può essere abbastanza d'accordo su quanto detto da Siamdoust; quello che preoccupa è che, in presenza di una situazione politica purtroppo ancora coercitiva sulla musica nonostante tutti i rivolgimenti, si possa deviare sui significati attribuibili ed ottenere un risultato contrario. Ciò che ho ripetutamente detto in queste pagine e che potrebbe essere la preoccupazione dei preposti alle "autorizzazioni" musicali (in Iran ancora oggi le pubblicazioni musicali sono soggette ad approvazione di commissione governativa), è che i processi di occidentalizzazione non siano selvaggi nei risultati: è un'interpretazione difficoltosa, a cui non sembra sia stato il giusto peso, dal momento che le commissioni autorizzative iraniane non permettono di far passare musica in cui è offeso lo spirito islamista, temendone un suo superamento ideologico, ma permettono incroci musicali insulsi, ben aggirati nel lessico verbale, ma che gli intenditori di musica occidentale scarterebbero dai loro ascolti. 
In Soundtrack of the Revolution c'è un'informazione intrigante, un patrimonio di nozioni ed accadimenti musicali che hanno un limite saltuario nell'illustrazione della riflessione politica, ma che possono suscitare l'interesse di qualsiasi lettore, conducendolo a conclusioni coerenti circa le prospettive della musica in Iran. Tuttavia è nell'emersione di un paradigma moderato, colto ed equilibrato che si può guardare al futuro: gli ultimi viaggi di Nahid in patria confermano che si è sicuramente passati da uno spirito dell'oppressione ad un spirito della gioia, ma il controllo è ancora presente e forse non sono in pochi a pensare che un sistema di contenimento dell'euforia sia meritevole di tutela. Solo quando le civiltà (occidentale e mediorentale) nel loro incontro daranno il meglio di sè stesse, allora si potrà probabilmente ottenere la piena, genuina e durevole libertà di atmosfere ed idee.


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