Ascoltando un concerto di Stefano Bollani


Allo stato attuale il pianista Stefano Bollani pone in essere una splendida contraddizione. Per chi è andato oltre la verve pianistica di Bollani facendo tesoro dei consigli del didatta che esprime giudizi sulla musica, c'è un episodio che si rinviene nel suo libro Parliamo di musica (...) in cui egli rammentava che "...recentemente si sono fatti degli esperimenti all'asilo con alcuni bambini facendo loro ascoltare un pezzo di John Cage e Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi, e i bambini hanno scelto John Cage...Ora, John Cage, compositore americano piuttosto controcorrente, propone una musica piena di rumori, di cose buffe o strane (una volta fece suonare svariate radio contemporaneamente) e ai bambini tutto questo è parso molto vario. Vivaldi invece è grammaticalmente molto ordinato, pulito, piacevole, ma i bambini si annoiavano....." (dall'Introduzione di Parliamo di musica. Fuggire dalle mura).
Sebbene mi riempia di gioia che ci sia qualcuno che valorizzi un tracciato musicale così importante fin dalla fanciullezza, la verifica sul campo ha purtroppo una stonatura che lascia pensare: penso che sia sotto gli occhi di tutti che lo stile del milanese, pur restando pieno di riferimenti (Evans, Poulenc, un certo classicismo), si sia messo a disposizione di melodie ed armonie usuali nella musica brasiliana e nei postumi di una discutibile rincorsa alle vicende musicali che hanno caratterizzato il passato brasiliano (Joao Gilberto, Nascimento, Veloso, etc.). Di Cage, naturalmente, non c'è assolutamente niente, se non ombre del pensiero, ma ciò che più conta è che il risultato finale di questa apertura ai suoni e alle melodie di quel paese non è sufficiente per creare un equilibrio fascinoso della musica: alla fine, nonostante la tastiera del pianoforte venga esplorata con competenza e si possa rilevare un'egregia cartina di attacchi e dinamiche di interplay attentamente assimilate dal resto dei musicisti con cui Bollani suona, si raggiunge quel sentimento di noia provato dai bambini di quell'asilo a cui mi riferivo prima. 
Nonostante fossi già scettico sull'argomento, ho voluto comunque partecipare, con un accredito dell'ultimo momento (al Teatro Giordano di Foggia), ad una tappa concertistica della presentazione del suo nuovo album Que bom, per sperimentare anche l'impatto tattile e spaziale della musica: Bollani riprende il discorso intrapreso dieci anni fa con Carioca, e lo fa con nuove composizioni e nuovi musicisti, tutti brasiliani, peraltro anche molto preparati per il jazz (si tratta di Jorge Helder (cb), Jurim Moreira (bt), Thiago da Serrinha (perc)): più di un'ora e mezzo di concerto, in cui i temi da dare in pasto all'improvvisazione vengono forniti da Bollani, ma poco che possa smentire quanto pensato prima, perchè tutto il lavoro sortisce un effetto di smorzamento. L'ironia e la placida bizzarria che formavano Smat Smat o Les Fleurs bleues sembra che si concentrino solo nelle pause verbali della musica, quando vengono presentati i pezzi suonati o vengono legati aneddoti; inoltre dura poco il tentativo di fornire una percussività totale (ossia quella determinata dal suonare sulle parti esterne a tastiere e cordiere degli strumenti, assieme alle percussioni), un'idea che, nell'ottica del sistema ritmico brasiliano, mi pare percorribile ed innovativa.  
Que bom trova perciò con facilità il consenso del pubblico, ma per le orecchie attente, i palati più abituati all'ascolto differenziato, reca grande insoddisfazione. C'è tempo per ottenere una speranza di cambiamento? Che Bollani esca fuori da questo ingranaggio mortifero e suoni seguendo con maggior forza un canale di creatività dai risultati più convincenti? Penso di sì, specie se si fa ricorso al mero stile e ai barlumi di positiva subliminalità emotiva ascoltati durante l'esibizione, qualcosa che fa i conti con quanto dichiarato su alcune fonti: "... I just play "whatever comes to mind", to say it as George Bernard Shaw....may this sound at least be as enjoyable as a gentle breeze carrying images in motion, lights, colors....of course, you yourselves manage the details of this personal emotional theater, I provide the breeze...." (sul suo sito internet nella parte dedicata ai progetti di solo piano); questa politica del trasporto il concerto l'ha mostrata solo a sprazzi e sorge il dubbio che il cameratismo sviluppato con i musicisti brasiliani sia il principale elemento fuorviante: voglio ben sperare ad un riequilibrio, pensando alla musica che animava la seconda parte di Joy in spite of everything (l'ultima collaborazione extra brasiliana effettuata con Frisell, Turner e alcuni danesi).


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